Il teatro contro la violenza sulle donne: Serena Dandini e le sue “ferite a morte”

L'arte e il teatro da secoli raccontano il fenomeno della violenza sulle donne. Come ha fatto Serena Dandini nel suo spettacolo 'Ferite a morte'

0
494

La violenza sulle donne è un tema di grande attualità. E mentre come ogni anno ci ritroviamo a celebrare la giornata mondiale contro questo tipo di violenze, anche l’arte e il teatro da secoli raccontano questo fenomeno. Tra le pièces teatrali che affrontano il delicato argomento della violenza sulle donne, senz’altro in tempi recenti spicca lo spettacolo Ferite a morte  di Serena Dandini.

serena dandini ferite a morte libro sulla violenza sulle donne
La copertina del libro con i monologhi dello spettacolo teatrale

La Dandini non ha bisogno certo di presentazioni, visti i suoi grandi successi. Ideatrice e presentatrice di diversi programmi come La tv delle ragazze, Avanzi, Pippo Chennedy Show, L’ottavo nano, Parla con me e The show must go off, per citarne alcuni, è anche autrice di successi letterari come Dai diamanti non nasce niente. Storia di vita e di giardini e Grazie di quella volta.

Un progetto teatrale contro la violenza sulle donne apprezzato in tutto il mondo

Ferite a morte è un progetto teatrale che è andato in scena dall’Europa all’America, da cui è nato anche un libro.

Dal 2013 ha preso due strade: un tour internazionale “permanente”, che vede nella veste di lettrici degli spoon personalità femminili tra le più in vista dei Paesi che ospitano l’evento in tutto il mondo, in collaborazione con le istituzioni governative locali; un tour nazionale con una compagnia stabile composta da Lella Costa, Orsetta de Rossi, Giorgia Cardaci (fino al 2015), Rita Pelusio.

La scena teatrale è sobria: un grande schermo manda filmati ed immagini evocative.

Dopo essere stato rappresentato a New York, Washington, Ginevra, Bruxelles, Londra, Parigi, Lisbona, Tblisi, Città del Messico, Tunisi, Istanbul, “Ferite a Morte” è approdato all’Expo Milano 2015 all’interno della Women’s Weeks  su invito di Emma Bonino, presidente di Women for Expo.

Serena Dandini durante lo spettacolo

La peculiarità di questo spettacolo è quella di “dare a voce” alle vittime di femminicidio, come se potessero parlare in prima persona. Donne semplici, donne che hanno pagato a caro prezzo la gelosia dei propri compagni, la loro disubbidienza verso un sistema familiare che le metteva nella condizione di non poter vivere liberamente la propria esistenza, soggiogate all’eccessiva possessività di un marito o di un padre. Scrive l’autrice:

Ho letto decine di storie vere e ho immaginato un paradiso popolato da queste donne e dalla loro energia vitale. Sono mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti, che sono uscite dal solco delle regole assegnate dalla società e questa disubbidienza è stata fatale. […]
Sono morti annunciate, che tutto il vicinato aveva previsto ma nessuno ha mosso un dito perché ognuno a casa sua fa come gli pare; sono casi giudiziari che vengono liquidati come inevitabili conseguenze di un “improvviso raptus di follia” e invece sono la coerente conclusione di violenze durate a volte un’intera vita. […]

Ma sono anche le donne lapidate senza pietà perché “commettono” adulterio o le ragazzine sgozzate perché osano ribellarsi a un matrimonio combinato, le bambine  mai nate uccise solo per colpa del genere a cui appartengono, e la lista potrebbe continuare infinita in un agghiacciante giro nel mondo degli orrori.
Proprio per questo mi ero messa in testa di affrontare l’argomento in un modo completamente diverso: partendo dalle protagoniste che non ci sono più e facendole finalmente parlare.
Volevo che queste donne fossero libere, almeno da morte, di raccontare la loro versione dei fatti, nel tentativo di ridare luce e colore ai loro opachi fantasmi. Desideravo farle rinascere con le libertà della scrittura e la follia del teatro e trasformarle da corpi da vivisezionare in donne vere con sentimenti e risentimenti, ma anche se è possibile, con l’ironia, l’ingenuità e la forza sbiadite nei necrologi ufficiali.

L’amara ironia nei monologhi delle vittime

Promessa più che riuscita: nei monologhi non trova spazio la malinconia o la disperazione, ma le protagoniste si raccontano con un’amara ironia. Come nel monologo intitolato “La Scientifica”

Aò, ma quando me trovate? Ma che davero davero?
La chiamano Scientifica ma questi non sanno neanche fa’ due più due. Ah belli, sto nel pozzo dietro casa mia, ma come ve lo devo di’… è stato lui, è chiaro, nun ce vole Maigret!
Sto bellimbusto v’ha fregato bene bene cor farzo alibi, ma quanno mai uno va a fasse un massaggio thailandese alle sette de sera? Eddaje su… quando tra l’altro c’è la cena quasi in tavola, e chi ce crede? E siccome era venerdì c’era pure il pesce fresco del bancone de Nina del mercato e lui ce lo sapeva…

[…] Comunque mejo morta che ancor co’ lui, te lo giuro sul televisore al plasma sul televisore al plasma che è la cosa piu’ cara che c’avevo. Ecco questo me secca, che j’è rimasto a lui con tutto il telecomando satellitare che era ‘na bellezza, ma tanto decideva sempre lui che programma guarda’, tanto valeva che morivo.

Tra i monologhi, ispirati all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, c’è ‘Le mie Chanel’. Qui la vittima è una donna di classe che entra in paradiso chiedendo:

Scusate, è wi-fi questo posto? Non ho neanche una tacca, che strazio, ma dove sono capitata?
Allora, chiariamo subito, ci dev’essere un equivoco, un fraintendimento, come si dice un qui pro quo, l’ho già detto alla direzione, controllate meglio le carte, c’è chiaramente un errore […] Insomma vorrei uscire da questo girone, come li chiamate voi? Settori? Si vede benissimo che io non c’entro niente.

Sì, è vero, sono morta per mano di mio marito, no anzi, intanto non è stato lui materialmente ma ha assoldato dei killer, vuoi mettere? Ben due e scusate se è poco di questi tempi, di quelli professionisti veri che si vedono solo nei film americani.
[…]Non so che mi era preso, volevo lasciarlo, ma così, forse non dicevo sul serio, era un’ideuzza, un capriccio. […]Gli piacevo perché ero decorativa, stavo bene su tutto, dallo yacht al salotto in pelle bianca, non stonavo mai e impreziosivo l’ambiente.

[…]Me l’aveva sempre detto che ero una cretina, lo diceva anche mio padre, ma mio marito era più affettuoso, mi chiamava la sua cretinetta.
Volevo il divorzio, è allora che l’avvocato gli ha consigliato di farmi fuori, gli costava meno, anche sei i killer non li poteva scaricare dal 740.
[…]Allora mi spostate o che? Guardate che qui io non posso rimanerci un minuto di più!
Se solo prendesse questo telefono saprei io chi chiamare, ma pure il cellulare ormai è più morto di me…

Non solo storie di violenza italiane

Protagoniste di storie italiane ma anche straniere, dove spesso la tradizione impone regole sociali ancora più stringenti per mogli e future spose. Così all’elenco delle donne uccise per motivi “passionali” – se così si possono chiamare- si aggiungono ragazze stroncate dall’AIDS o uccise per una dote non versata. O ancora per non aver voluto accettare un destino scritto dalla famiglia.

Esemplare il monologo di Hamina:
Non sono d’accordo, ci sono milioni di uomini che amano veramente le donne. Sono tanti e sono meravigliosi, sono gentili e… non sto parlando dei gay. Sto parlando dei ragazzi che ti fanno sentire regina e principessa, che gli piaci proprio come sei e non cercano un’altra dentro di te. Sono compagni di viaggio, amici, teneri amanti, come Luigi di Varese, amore mio bellissimo che papà non ha voluto. Mio padre a modo suo mi voleva bene e anche mio fratello, ma mi hanno dovuto sgozzare perché non sentivo ragioni.

Io sono Hamina, la sposa cadavere, con Luigi ci stavamo sposando di nascosto, ma qualcuno ha fatto la spiata e all’alba mi hanno giustiziato. Poi mi hanno seppellito in giardino, sotto il melograno, mamma non ha voluto guardare.
Non mi spettava Luigi di Varese, giovane meccanico italiano con officina in proprio, che mi aveva insegnato tutte le canzoni di Vasco, e le urlavamo al vento sulla sua moto marca Ducati mentre andavamo a ballare. “Sei chiara come un’alba, sei fresca come l’aria…”

E proprio in un’alba chiara hanno deciso che mi dovevano domare, ma io sono sempre stata una cavalla pazza e ho resistito fino alla fine. Non mi spettava Luigi di Varese, ero stata già promessa a qualcun altro, per me era prevista un’altra storia, scritta da quando ero piccola, che non si poteva cancellare. Una storia che veniva da tanto lontano, dalla valle di Bamiyan, dove vivono ancora i miei nonni, mai Buddha giganti di pietra non ci sono più, facevano paura ai talebani e li hanno abbattuti per sempre; anch’io facevo paura e non ero neanche un gigante.
Gliel’ho chiesto quella mattina: “Mamma, posso scrivermi un’altra storia?”. La invento da me come i vestiti che so farmi da sola, quelli sbracciati, colorati, che metto di nascosto. Vorrei una storia così, con un finale diverso, dove ci sia pure il viaggio in motocicletta che voleva Luigi, su, su, fino a Capo Nord per scoprire le notti bianche che sono proprio come l’alba chiara di Vasco.
E invece mi è rimasto solo l’arancione del melograno che fiorisce a ogni primavera e fa frutti succosi, ricchi di semi rossi come il mio sangue.