La ragazza con la Leica di Helena Janeczek

Recensione e trama del libro vincitore del premio Strega 2018, "La ragazza con la Leica" di Helena Janeczek, edito da Guanda.

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“Lei [Gerda Taro] si era scelta il lavoro e il nome, ed era morta in un incidente stupido e crudele, però in una guerra che, con le sue immagini, voleva vincere per tutti. Era caduta tra i compagni andati a lottare contro il fascismo, non importa a quale RACE or PEOPLE appartenessero.”

Il ritorno di Helena Janeczek

Helena Janeczek è tornata. A distanza di alcuni anni da Bloody Cow (Milano, Il Saggiatore, 2012), la scrittrice si è aggiudicata il Premio Strega 2018 con il suo ultimo romanzo “La ragazza con la Leica”.  Nata a Monaco da genitori polacchi, la Janeczek vive in Italia da 35 anni, dove lavora nell’editoria. Nel 1997 esordisce con Lezioni di tenebra, pubblicato da Mondadori  e ristampato nel 2011 da Guanda. Con Le rondini di Montecassino del 2010 (Guanda), ha vinto il Premio Napoli, il Premio Pisa e il Premio Sandro Onofri.

“La ragazza con la Leica”, la trama e i protagonisti

Gerda Taro è la protagonista indiscussa di questo romanzo. Siamo nell’Europa degli anni Venti e Trenta, il nazifascismo è andato al potere in Germania e Italia e la Spagna è dilaniata dalla guerra civile. Proprio qui perde la vita Gerda Taro, partita per raccontare la guerra civile e morta a pochi giorni dal suo ventisettesimo compleanno.  Una ragazza effervescente, affascinante e coraggiosa nei ricordi di Ruth, Willy e Georg su cui si basa la narrazione del romanzo:

“Così, osservandola, Ruth aveva avuto un’intuizione: guardala, aveva pensato, questa piccola donna che attrae tutti gli sguardi, questa incarnazione di eleganza, femminilità, coquetterie, di cui nessuno sospetterebbe mai che ragiona, sente e agisce come un uomo.”

sempre dal racconto di Ruth:

“Tornava a Madrid, Valencia, Barcellona, prosegue Ruth. Si rimetteva i tacchi, il rossetto e il sorriso. Rientrava a Parigi e sembrava la solita, allegra ed entusiasta Gerda, e parlava della Spagna, sì, con qualche accenno alle cose orribili che aveva visto, nell’impeto di quei resoconti avventurosi: le bestialità commesse da los moros, la spossatezza della gente, il paesaggio surreale creato dalle bombe. Ma erano tutte parole spese per la causa, così come lo erano le sue foto. La solidarietà internazionale doveva far sentire chiaro e forte che il non-intervento era un crimine. Questo diceva, Gerda Taro, e la capisco.”

I “testimoni” sono chiamati a raccontare la figura di Gerda, quasi come fossero le voci narranti in un documentario. Voci che però spesso ci restituiscono una Gerda Taro ‘sfumata’ dalla nostalgia degli anni delle giovinezza e della lotta alle dittature che stavano fiorendo in Europa.

In particolare Willy Chardack, in una domenica del 1960 si ritrova dinanzi ad una vera e propria epifania, passeggiando per Buffalo, improvvisamente si palesa il ricordo di una Gerda che in pochi anni diventa da comune ragazza a temeraria fotografa. Una telefonata lega Willy e Georg, ex militante nelle Brigate Internazionali, e nel pomeriggio della stessa domenica, a Roma, in giro su una Vespa, inizia a rievocare i ricordi di Gerda e della sua militanza.

Infine c’è la voce di Ruth Cerf, ex modella, l’amica di Lipsia, con cui ha condiviso gli anni difficili di Parigi, dopo che entrambe erano fuggite dalla Germania. Lei invece ricorda la sua amica e il suo amore per Robert Capa mentre si prepara alla fuga in Svizzera nel 1938, raccogliendo e catalogando il materiale fotografico scattato in Spagna:

“Ruth capisce che può fare ancora qualcosa prima di preparare le valigie per la Svizzera, qualcosa per sentirsi meno in difetto con chi ha combattuto per la Spagna. Deve finire di catalogare le immagini di quella guerra perduta. Deve farlo proprio per questo, e farlo come si deve. Il fascismo non durerà in eterno per quanti crimini e disastri possa ancora causare, perciò andiamo avanti, si dice risoluta. […]

Continueranno ad agire come vogliono, le democrazie illuminate, ma non potranno venirci a dire di non aver saputo prevedere ciò che Hitler e i suoi complici stavano preparando. Abbiamo qui le prove dell’hors d’oeuvre: le prove della resistenza popolare, le prove della distruzione sistematica.
Février 1937: réfugiés de Málaga, après du bombardement fasciste de la ville d’Almería, scrive sulla colonna di un foglio bianco, decisa a riempire tutte le altre “

La ragazza con la Leica, temi e stile

Una caratteristica interessante di questo romanzo è che sembra che il lettore abbia un obiettivo fotografico con continui zoom dalla storia di Gerda al contesto generale. In questo modo le vicende della Taro si intrecciano con le ‘inquadrature’ più ampie del contesto storico in cui esse si svolgono: dalla violenza della guerra civile, all’avanzata delle dittature in Europa passando per la clandestinità dei moti di resistenza.

Interessante è anche l’inserimento delle fotografie nel prologo e nell’epilogo, in una sorta di ecfrasi che se da un lato può sembrare scontata in un romanzo che ha come protagonista la prima fotografa caduta durante la guerra, dall’altro ne valorizza la narrazione. Si ha l’impressione di avere la Janeczek seduta di fianco che inizia a raccontare una storia di famiglia partendo dalle fotografie.

La nota dolente del romanzo è un eccesso di flashback che rischia di disorientare chi legge e di rendere la narrazione nel complesso meno agevole.

La ragazza con la Leica, considerazioni finali

“La ragazza con la Leica” è un libro interessante che dimostra il lavoro di documentazione preciso e attento che Helena Janeczek ha condotto su Gerda Taro, riscattandola dall’oblio. Consigliato per la ricostruzione dei personaggi e per il contesto storico, ma non proprio consigliato a chi cerca un lettura veloce e poco impegnativa.

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