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Strehler e Shakespeare: due grandi maestri della storia del teatro. Se da un lato non è facile racchiudere in pochi minuti la grandezza di questi due grandi nomi, al tempo stesso l’incontro tra i due è meritevolissimo di attenzione.

Shakespeare è una costante del teatro di Strehler. Dal 1947 in poi allestisce oltre 12 opere shakespeariane, nei primi anni con un ritmo costante, poi ad intervalli più larghi: Riccardo II, La Tempesta, la Bisbetica domata, Riccardo III, Enrico IV, parte prima, La dodicesima notte, Macbeth, Giulio Cesare, Coriolano, Gioco dei potenti (montaggio tre parti dello Enrico IV), Re Lear, e ancora La Tempesta (escludendo ovviamente i riallestimenti che talvolta sono stati in effetti edizioni critiche aggiornate spesso molto mutate)

La Tempesta di Shakespeare portata in scena da Strehler

Mi concentro sulla Tempesta, rappresentata la prima volta nel 1947 ai Giardini di Boboli di Firenze e poi riportata in scena nel 1978 al Teatro Lirico di Milano. Di quest’ultima edizione fortunatamente è possibile recuperare anche la registrazione televisiva della riproposizione del 1983, con la possibilità di gustare l’opera, a quasi quarant’anni di distanza, e godere di qualche chicca del backstage.

Lo spettacolo si apre – come da titolo – con una tempesta: i mimi muovono le braccia e inarcano le schiene increspando delle stoffe che rendono benissimo le onde, i lampi creati con delle scintille elettriche e la grancassa dei tuoni sono lo sfondo di una nave su cui degli uomini cercano di salvare la pelle aggrappandosi agli alberi dell’imbarcazione.

La scena si rasserena, ed ecco apparire Prospero, interpretato da Tino Carraro, anziano padrone dell’Isola nonché duca spodestato di Milano, che racconta a sua figlia Miranda finalmente la verità sulla loro famiglia e sul loro esilio: dalla congiura del fratello fino all’arrivo sull’isola. Insieme a loro, vivono sull’isola lo schiavo deforme Caliban e lo spirito Ariel, che entra in scena dall’alto.  Prospero è anche cultore dell’antica arte magica, e servendosi dello spirito Ariel – che fa una breve apparizione anche durante il naufragio- è pronto a compiere il suo piano: riprendere il possesso del ducato e dare in sposa Miranda a Ferdinando, futuro re di Napoli.

Infatti, il naufragio non è avvenuto per caso: Prospero, prevedendo che il fratello Antonio sarebbe passato nei pressi dell’isola con una nave, scatena la tempesta. Sulla nave c’è anche il re di Napoli Alonso, compagno e amico di Antonio nella cospirazione, il figlio di Alonso, Ferdinando, e il fratello Sebastiano, assieme al consigliere Gonzalo che aiutò Prospero a fuggire. Sia Alonso che Ferdinando credono che l’altro sia morto.

La scena è scarna, pochi elementi che però contestualizzano perfettamente ogni singola scena: più di un critico ha definito l’isola quasi “vulcanica” perché per essere un’isola deserta, è teatro di dialoghi e vicissitudini. I viaggiatori naufraghi si separano: Ferdinando viene portato alla grotta di Prospero che gli riserva delle prove d’amore per ottenere la mano della figlia Miranda. Antonio, Alonso, Sebastiano e Gonzalo, invece, finiscono in una selva oscura dall’altra parte dell’isola.

Caliban, intanto, si imbatte in Stefano e Trinculo, due marinai particolarmente amanti del vino con spiccate cadenze venete e napoletane. La comicità è assicurata dall’incontro gestuale e linguistico della rozzezza di Caliban con la teatralità dei due.

Ma in linea di massima una cosa accomuna tutti i personaggi: una costante ricerca di equilibrio.

Scrive a tal proposito Italo Moscati:

“Un incalzare continuo. Una fantasia scatenata. Strehler usa il testo shakespeariano e la documentazione critica relativa (da Jan Cott ad Agostino Lombardo) come una sponda di un biliardo per mandare con la personale stecca le bocce nelle buche che più gli piacciono. Quali buche? Prima, ancora una volta, la favola. Prospero, il duca di Milano spodestato dal fratello Antonio, fa naufragare alle sue arti magiche la nave di costui e dei suoi alleati sulle coste dell’isola dove egli vive con la figlia Miranda, lo schiavo Caliban e lo spiritello Ariel. Ariel deve riconoscenza a Prospero perché lo ha assecondato in tutti i suoi piani compresi i più fantastici. Seconda, la romantica storia d’amore. Miranda si innamora a vista di Ferdinando che era sulla nave e non era naufragato come il padre, alleato di Antonio, credeva. È tutto un incantesimo di sentimenti, di sguardi languidi, di prudenti carezze. Sempre secondo i disegni di Prospero, che anche in questo caso aveva predisposto la scomparsa e la salvezza di Ferdinando, napoletano. Terza, il lieto fine. Prospero dimentica i torti subiti. Antonio si pente dell’antica violenza usurpatrice, si abbracciano. Quarta, la lezione morale. Esaurita l’arte per fare magie, congedato Ariel, finalmente riscattatosi dalla riconoscenza, non assistito più dagli spiriti a cui comandare, Prospero confessa la sua incertezza, la sua dolorosa pensosità.

Strehler ha scelto, deliberatamente, la strada dell’ingenuità incantata e della superficie fascinosa. Insiste sul «doppio» (il regista che affida il compito a Prospero di mostrare retroscena dei prodigi) e sulla perenne crisi del teatro che non riesce mai a dire l’ultima parola nella vita. È lo Strehler che, come liberato, viene ad ostentare una convinta professione di innocenza e nello stesso tempo, a confermare la precarietà degli strumenti del teatro.”

Strehler stesso ci descrive il suo rapporto con l’opera. Scrive nel suo libretto intitolato “Inscenare Shakespeare”:

“Molto spesso, davanti a qualcosa come la Tempesta, la sensazione di umiltà che mi accompagna nel lavoro di teatro da sempre, si trasforma in una constatazione di impotenza. L’interprete, insomma, appare troppo piccolo di fronte alla vastità dell’opera che resta il suo unico punto di riferimento e che lo squassa da cima a fondo ad ogni passo. Forte per questo cosciente (ma più spesso incosciente) senso di impotenza il teatro di Shakespeare è stato da tutti voltato e rivoltato, usato e troppo spesso massacrato, dalla nostra contemporaneità per limitarci ad un tempo storico che ci appartiene e per non risalire agli autori della restaurazione che lo hanno riscritto inscenato come (se) avrebbero voluto che Shakespeare fosse. Questa metodologia che ci appare brutale, pur tuttavia ha un riscontro continuo nel tempo e oggi, ieri e oggi, un numero infinito di interpretazioni shakespeariane nel mondo ci testimoniano una uguale e forse molto più barbara riscrittura, priva persino di un certo stile del teatro di Shakespeare; quando non la sua riduzione a fonema, revisione cosiddetta dissacratoria, oppure gesto.

Credo veramente che Shakespeare, appena appena lo si avvicini con una media disponibilità di cuore, richieda a noi un assoluto impegno, una ricerca di verità molto fonda, di rapporti molto densi, domandi una meditazione totale sul mondo e sulle cose, estremamente ricca e sempre coinvolgente e che in questo senso Shakespeare diventi anche una specie di spartiacque tra chi sul teatro gioca e chi al teatro crede invece come una forma insostituibile di verità e poesia, appunto”.

La Tempesta del 1947 ai Giardini di Boboli a Firenze

Se la fede ‘shakespeariana’, passatemi il termine, non è assopita ma anzi ancor di più fervida, sono cambiati, rispetto alla prima edizione del 1947, il rapporto con l’opera e la consapevolezza.

Scrive Strehler:

[…] Nel 1947, nell’estate, con la splendida e necessaria incoscienza della gioventù, allestii all’aperto a Firenze l’ultimo Shakespeare, quello della Tempesta appunto.

Ho ritrovato nella memoria accenni di quello spettacolo e sul mio tavolo esistono i copioni del suggeritore con indicazioni semplici ed eterne: entrano i ballerini, Ariele canta, si preparano i buffoni (ripenso alla Giunone del ‘’masque’’ della tempesta), qui si spegne la luce, si accende la luna, nell’equivoco dello spettacolo en plein Air che personalmente ho sempre detestato ma allora molto meno perché la «magia» della notte della festa del teatro era pur sempre lì presente […]. In quell’equivoco nacque La Tempesta, sempre con poche prove, poca riflessione, molto timore spazzato via dalla necessità «per andare in scena, allo spettacolo» costi quel che costi. Scelsi tra molti luoghi possibili un luogo acquatico: la vasca dei cigni di Boboli, una grande vasca con un bellissimo Nettuno nel centro. Quel centro divenne l’isola della Tempesta, la statua il culmine dell’isola, con un Giove marino a proteggere e minacciare un sipario d’acqua, e il pubblico al di là del bordo della vasca. Tra il pubblico e l’isola il simbolico luccicare nel buio del riflesso dei fuochi. Oggi che sto lavorando alla Tempesta, dopo secoli, di nuovo, quasi alla fine di una storia, ritrovo alcune realtà di allora, in modo diverso: l’elemento Marino, ad esempio, l’acqua, l’isola- mondo, nel cerchio di una platea coinvolta e spettatrice, appunto un accento «rinascimentale» in quel Giove di marmo. Ci furono musiche, sempre di Carpi, ricche e decisamente orientate in una direttrice culturale che mi lascia perplesso ma che rispondevano in quel momento ad una ragione: grande orchestra e coro, danze, e note di uno Scarlatti ritrovato e ‘più avanti’ del tempo della rappresentazione. Magia esteriore, incanti e lazzi dei buffoni, non profondità e meditazione, non la disperazione inquieta che mi pare oggi di aver ritrovato, non quegli interrogativi supremi che mi pare siano chiusi nella Tempesta. non esisteva, ricordo, Caliban… Poco, Ariel… Prospero … aveva poche dimensioni. Ma i due buffoni legati coraggiosamente al mondo della Commedia dell’Arte. Uno napoletano e l’altro veneto, un pulcinellaccio, e l’altro uno Zanni primitivo: resistono ancora come fatto critico al vaglio del tempo anche se con diversi accenti.

La Tempesta aperse e chiuse per me in quel primo anno un itinerario shakespeariano che si sarebbe riempito ben presto di molte altre opere. Uscì da quel mettere in scena Shakespeare molto più consapevole e molto più cosciente della complessità dei problemi da affrontare nel futuro. Credo, per un altro verso, che quello sia un momento capitale del mio lavoro formativo. Anche se fu un momento brutale e violentatore.

La traduzione della tempesta preparata da Salvatore Quasimodo espressamente per noi. Fu anche questo un fatto pieno di significato; Il legare il nome del poeta Quasimodo ad un’avventura di teatro mi pare non possa andare sottovalutato quale che sia il giudizio che noi si possa oggi dare oggettivamente sulla sua traduzione per certi versi straordinaria, al di là della sua «esattezza» filologica o meno.

Fu proprio grazie a Shakespeare che il Piccolo ed io stesso definimmo una dimensione che ci ha seguito nel tempo. […] quel teatro della storia, quel teatro dialettico, quello scontro di classi in movimento, senza per questo dimenticare mai la dimensione dell’umano, del privato del carattere nella storia, insomma la connotazione della realtà dei personaggi a cui avevamo sempre teso fin dal primo giorno”.

Come rapportarsi quindi a Shakespeare? Strehler sostiene che “[Vorrei dire che] non esiste a mio avviso un problema generale del mettere in scena Shakespeare. Ognuno può e deve metterla in scena come sa e può ma su alcune direttrici morali uguali per tutti. Esistono problemi specifici testo per testo e richiedono coscienza, chiarezza interiore, senso del limite. un lavoro culturale di ricerca legato al lavoro della intuizione richiede un lavoro sulla lingua, sulla traduzione, richiede una disponibilità non equivoca, richiede, insisto, una serietà del comportamento umano, dicevo appunto moralità, nell’avvicinarsi all’opera”.

La Tempesta, ovvero l’essenza del teatro

La Tempesta, per Strehler rappresenta una vera e propria sfida in cui misurarsi con l’essenza del teatro:

Perché rappresentare La Tempesta? Risponderei-perché bisogna sfidare l’impossibile, perché non è il nostro dovere di uomini di teatro (e, a lampi, di artisti) ad un certo punto della nostra vita e della nostra conoscenza affrontare direttamente l’impossibile, anche a costo di uscirne spezzati- ma anche per strappare un altro pugno di verità nel mondo. una scelta, a teatro, del resto, non è mai pura. Nasce sempre da circostanze più o meno favorevoli, da sensazioni di opportunità e di necessità. ed è, nonostante tutto, una scelta fatta da altri che un direttore di teatro poi fa sua.

Davanti alla tempesta non so dunque se questa scelta riassuma un bisogno in qualche modo «oscuramente collettivo», o se invece non sia più che altre volte (quasi un’eccezione) un bisogno profondo della mia teatralità, giunta alla sua ultima svolta.”

Strehler, quindi, cambia il suo rapporto con l’opera, ma al tempo stesso è il contesto storico che è drammaticamente cambiato rispetto alla prima edizione. Non c’è più l’inebriante entusiasmo del dopoguerra, con un’Italia tutta da costruire. Questa Tempesta va in scena durante un’altra drammatica tempesta: quella degli Anni di Piombo e del rapimento di Aldo Moro

“La Tempesta nasce in un momento che mi senta abbia i connotati dell’apocalisse.  ma un’apocalisse degradata in cui tutto si confonde, tutto si annulla: rivolta, calcolato assassinio, virtuale politico, dentro una spaventosa indifferenza.

La storia non è stata fuori dal luogo dove costruiamo il nostro spettacolo.

La storia è arrivata puntualmente dentro i muri chiusi di un teatro, in cui una piccola collettività stava lavorando sulle parole di un grande poeta per inventare sogni. ma non sogni gratuiti. Immagini, suoni, significati che proprio «mettendosi contro» un certo tipo di storia intorno, si rivelavano un gesto attivo di rifiuto del nulla, un tentativo violento di opporsi a questo dissolvimento della ragione. tanto più che ciò che si svolgeva sulla scena, aveva ed ha la sua ineluttabile carica di disperazione. La tempesta è un’opera disperata. è l’estremo grido del fallimento di un progetto umano meraviglioso e non riuscito. È l’estrema domanda sul destino dell’uomo e la sua storia, delle sue contraddizioni e della sua poesia e quindi del teatro. Teatro come parafrasi più vicina ad ogni altra alla vita.

La tempesta ci appare ora sempre di più, oltre ogni sua implicazione-e le implicazioni sono tutte vastissime: politica, storia, arte, teatro-come un cammino di conoscenza del suo protagonista Prospero verso la «conquista del reale» e quindi un faticoso cammino di conoscenza per noi interpreti per gli spettatori.

Ma oltre ciò, appare anche una grande parabola del teatro. Assieme alle domande ultime sulla stessa vita e sulla storia, sulla conoscenza che Shakespeare nella tempesta ci pone, ci sono le domande sul destino della teatralità. Cioè le domande su come, perché noi facciamo teatro -proprio noi, gente di palcoscenico- e su cosa il teatro dovrebbe o potrebbe essere. Così, investiti anche in prima persona come lavoro di teatro, oltre che come lavoro di vivere, noi siamo arrivati a concludere uno spettacolo che è più di uno spettacolo, poiché adesso siamo stati quasi forzati a dare tutto di noi. Perché in queste quattro ore abbiamo dovuto, in qualche modo, riassumere tutta la nostra storia passata, tutto il nostro presente e quel tanto di futuro che riusciamo a scorgere nel buio davanti a noi.

Abbiamo sempre cercato-senza illusioni ma con qualche certezza-di fare un teatro che voleva modificare il mondo. Mai come in questa tempesta abbiamo sentito la fallibile, disperante, trionfale grandezza e responsabilità del nostro mestiere.”

Il ricordo di Giulia Lazzarini (Ariel)

Concludo con il ricordo di Giulia Lazzarini che in una intervista descrive così il suo ricordo nell’interpretare il ruolo di Ariel.

Non essendo un acrobata non so ancora come ci sia riuscita. più che spavalderia, la definirei audacia festosa. Me ne stavo lassù, sotto il caldo infernale dei riflettori, con il capo macchinista Aurelio Caracci che manovrava da terra l’imbragatura, tutto un battere e un levare. Con le norme di sicurezza di oggi, una cosa del genere sarebbe impensabile. la mia schiena ne paga ancora le conseguenze, ma quella meraviglia non ha prezzo. Le prove furono durissime, 1978, al Lirico, nelle settimane del rapimento Moro. In Prospero che spezza la bacchetta magica, Strehler vedeva il gesto di coraggio di chi torna nel mondo alla ricerca di un’umanità che sembra scomparsa.

per approfondire:

Inscenare Shakespeare / Giorgio Strehler, Roma : Bulzoni, c1992

Strehler: il gigante del Piccolo / a cura di Sara Chiappori, Torino : Gedi ; Sesto san Giovanni: Mimesis, 2021

Strehler: vita e opere di un regista europeo / Italo Moscati, Brescia : Camunia, 1985

DVD La tempesta / di William Shakespeare ; regia di Giorgio Strehler ; regia televisiva di Carlo Battistoni,  Roma : Donzelli, [2007]