Alla sua tredicesima edizione, il festival LGBTQIA+ del Teatro Filodrammatici mette in dialogo nuove scritture, archivio e linguaggi contemporanei, provando ad allargare lo sguardo oltre i confini della comunità. Intervista con il direttore artistico Michele Di Giacomo
C’è un momento, parlando con Michele Di Giacomo, in cui Lecite Visioni – di cui è direttore artistico – smette di essere “solo” un festival LGBTQIA+ e diventa qualcos’altro. Non più soltanto uno spazio di rappresentazione, ma un tentativo – ancora in equilibrio – di ridefinire il rapporto tra teatro, comunità e contemporaneità.
Alla sua tredicesima edizione, il festival del Teatro Filodrammatici di Milano si muove infatti su una linea precisa: restare uno spazio sicuro e di incontro, senza però rinchiudersi esclusivamente in quella dimensione.
Lecite Visioni arriva alla tredicesima edizione: oggi è ancora un festival di comunità o ambisce a incidere nel sistema teatrale in maniera più ampia?
«Il punto di partenza e il primo riferimento restano chiaramente la comunità: coloro che vogliono trovare nel festival uno spazio sicuro in cui incontrarsi, conoscersi e ascoltare tematiche vicine alla propria vita o alla vita di persone che fanno parte della comunità queer.
Allo stesso tempo, il mio intento nel costruire la programmazione è quello di realizzare un vero e proprio festival, con una proposta multidisciplinare e di qualità, con progetti che poi possano anche girare in altri teatri. Per me è importante che il festival possa chiamare anche un pubblico altro, appassionato di spettacolo dal vivo, danza e performance».
Il tema “Iperurani” suggerisce uno spazio oltre le categorie. È un’utopia necessaria o rischia di allontanarsi dalle urgenze concrete?
«In realtà credo di no, è una metafora. Riprendiamo il termine “uranismo”, che tra Otto e Novecento veniva utilizzato da Magnus Hirschfeld, che nella Berlino degli anni Venti lavorava con gli omosessuali e parlava di una “terza via”, legittimando l’omosessualità non come deviazione ma come possibilità di appartenenza.
Noi riprendiamo quel tassello della storia della comunità e lo rilanciamo verso il futuro. L’azione politica e culturale resta presente, sia negli spettacoli sia negli appuntamenti di approfondimento.
Allo stesso tempo immaginiamo un cosmo, uno spazio altro: non perché non vogliamo guardare la Terra, ma perché in un momento di grande violenza il teatro ha bisogno anche di un tempo di osservazione e riflessione. Ci stacchiamo da un mondo in cui spesso le regole sono quelle dell’odio per immaginare uno spazio in cui le regole siano invece quelle dell’armonia e della comunicazione.
Forse è un’immagine utopica, ma ci aggrappiamo a quell’utopia. E paradossalmente prendere distanza permette anche di guardare meglio ciò che accade».
Nei lavori in programma – penso a Il Pianeta Gigante o Several Love’s Requests – sembra emergere un cambio di linguaggio. Cosa è cambiato nel modo di raccontare il queer a teatro?
«È cambiato moltissimo. Le giovani generazioni ci stanno insegnando un modo diverso di raccontare la queerness e di abbandonare certi stereotipi letterari che in passato erano stati necessari.
Nel Pianeta Gigante di Luca Cardetta, che è un autore under 30, il tema queer è presente insieme ad altri temi che riguardano le giovani generazioni: identità, sincerità, il modo di stare nel mondo.
Anche Several Love’s Requests di Pietro Angelini e Pietro Turano ci parla di incontri online, delle chat roulette, quindi di spazi di relazione molto contemporanei.
Vedo uno sguardo più ampio, che abbandona un racconto centrato soltanto sul dolore e sulla sofferenza e prova invece a entrare nelle dinamiche sociali contemporanee. Senza dimenticare le grandi storie del passato, naturalmente».
Allo stesso tempo nel programma convivono nuove scritture e lavori più consolidati, come Copi o Anaïs Nin. È una tensione o una scelta consapevole?
«È una scelta totalmente consapevole e per me necessaria. Credo molto nel dialogo tra generazioni e artisti diversi. È una fonte di stimolo importante, sia per chi crea sia per il pubblico, che magari si avvicina a uno spettacolo e scopre qualcosa che non aveva mai incontrato prima.
Per me un festival o una stagione si costruiscono così: mettendo in dialogo il presente e lavori più legati al passato, ma sempre con artisti che abbiano un approccio contemporaneo».
Molte narrazioni queer passano ancora da conflitto familiare e senso di colpa. È un paradigma che oggi può essere superato?
«Ci sono elementi che purtroppo restano ancora presenti: gli attacchi omofobi, le difficoltà del coming out, le violenze che continuano a verificarsi.
Allo stesso tempo, però, la società è cambiata e possiamo iniziare a raccontare altro. Alcuni passaggi non devono più essere centrali come un tempo. Possiamo raccontare relazioni, tradimenti, modi di incontrarsi, il presente.
Se non facciamo questo sforzo rischiamo di fare fatica a raccontare davvero la contemporaneità».
In Several Love’s Requests il desiderio passa anche dal digitale. Il teatro riesce davvero a raccontare questi spazi?
«Il digitale è uno spazio reale di relazione e la comunità lo vive tantissimo. Non possiamo negarlo o ignorarlo.
Lo spettacolo parte proprio da questo: dagli incontri online, da ciò che accade nelle chat roulette, ma poi va oltre e parla di relazioni, identità, tradimento.
Credo che il teatro debba confrontarsi con questi spazi e trovare il modo di raccontarli».
Il festival attraversa prosa, danza e performance – penso anche a RECORDS. Qual è stato il criterio curatoriale?
«Da un lato raccontare il contemporaneo, anche attraverso giovani artisti e nuove scritture. Dall’altro mescolare linguaggi diversi.
Per me è importante anche seguire gli artisti nei processi. Con alcuni di loro ci siamo confrontati molto, li abbiamo sostenuti, accompagnati negli studi o nelle prime nazionali.
Vorrei che il festival fosse anche uno spazio utile per la crescita dei progetti, non soltanto una vetrina finale».
Milano è davvero una città queer-friendly anche sul piano culturale?
«Rispetto a tante altre città italiane Milano fa molto. Ci sono tante realtà attive e tantissime iniziative.
Allo stesso tempo è una città spesso legata all’evento e al divertimento, ma anche attraversata dalla solitudine e frammentazione. Nel nostro piccolo, con il festival, proviamo anche a mettere in dialogo realtà diverse e creare uno spazio comune».
Sei attore prima che direttore artistico. Questo cambia il tuo modo di guardare ai progetti?
«Mi rende molto attento alla drammaturgia e al racconto, al modo in cui un contenuto viene costruito e restituito.
Essere un artista mi permette anche di dialogare con gli altri artisti, di capire i processi e le difficoltà di un sistema teatrale che oggi ha poche risorse, pochi spazi e poche economie».
Cosa dovrebbe portarsi a casa lo spettatore dopo il festival?
«Vorrei che si portasse a casa un’esperienza. Un mosaico di stimoli diversi – spettacoli, incontri, performance – in cui ciascuno possa trovare qualcosa che lo tocchi davvero, emotivamente e personalmente, e da cui possa nascere una riflessione».
Michele Di Giacomo

Nato a Cesena, Michele Di Giacomo si diploma come attore alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2005. Dopo il percorso di perfezionamento con Massimo Castri presso ERT, lavora tra teatro, cinema e televisione collaborando con registi come Daniele Salvo, Bruno Fornasari, Claudio Autelli e Filippo Renda.
Nel corso della sua carriera attraversa sia il repertorio classico sia la drammaturgia contemporanea, lavorando su testi di Davide Carnevali, Wajdi Mouawad e Lars Norén. Nel 2011 riceve il Premio alla creatività Elisabetta Turroni per lo spettacolo Freddo di Lars Norén.
Nel 2015 fonda a Cesena la compagnia ALCHEMICO TRE, con cui sviluppa progetti di formazione teatrale e spettacoli dedicati alla drammaturgia contemporanea.
Dal 2023 è direttore artistico di Lecite Visioni.
Gli spettacoli
Il Pianeta Gigante

6 maggio — ore 21.00
Prosa | Prima nazionale
Tre personaggi — Gaia, suo padre e il fidanzato Enrico — cercano una via di fuga in una piccola cittadina di provincia. Tra verità che si intrecciano e si contraddicono, Il Pianeta Gigante attraversa temi come identità, famiglia, vergogna e desiderio di appartenenza.
Testo di Luca Cardetta, regia di Alessio Boccuni.
Produzione Collettivo Pianeta Gigante con Collettivo Tu Kùur e Chronos3.
Selezione Premio Hystrio 2024; vincitore Premio Carlo Annoni 2024 (Next Generation).
Rosa Conchiglia – Anaïs Nin e i giorni del porno

7 maggio — ore 21.00
Prosa | Prima nazionale
New York, anni Quaranta. La scrittrice Anaïs Nin, appena fuggita dall’Europa in guerra, inizia a scrivere racconti erotici commissionati da un collezionista privato. Lo spettacolo ripercorre il rapporto tra scrittura, desiderio e libertà creativa.
Testo di Magdalena Barile, regia di Aldo Cassano, con Debora Zuin.
Produzione ANIMANERA ETS.
Il Frigo

8 maggio — ore 21.00
Prosa
Torna in scena il testo cult di Copi, autore franco-argentino morto di AIDS nel 1987. Una tragicommedia surreale e lisergica che ruota attorno all’improbabile comparsa di un frigorifero nel salotto di una ex indossatrice sul viale del tramonto.
Regia di Andrea Adriatico, con Eva Robin’s.
Produzione Teatri di Vita, con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna e Ministero della Cultura.
RECORDS – la prima volta nella Storia

9 maggio — ore 20.00
Danza | Primo studio
Una performance che intreccia sport, corpo e memoria, riflettendo sul concetto di record come prestazione e come traccia lasciata nel tempo. Due corpi attraversano preparazione, celebrazione e trasformazione, tra danza, proiezioni e parola.
Di e con Vittorio Pagani.
Produzione CODEDUOMO ETS e Orbita|Spellbound, in coproduzione con Danza in Rete – Teatro Comunale di Vicenza e MILANoLTRE Festival.
Several Love’s Requests

9 maggio — ore 21.00
Prosa
Un’indagine performativa sui desideri erotici e romantici maschili nata dall’esperienza delle videochat online. Attraverso incontri casuali, confessioni e dialoghi tra estranei, lo spettacolo riflette sul bisogno di intimità e comunicazione.
Concept di Pietro Angelini, con Pietro Angelini e Pietro Turano.
Produzione 369gradi; progetto vincitore del bando Produzione dello Spettacolo dal Vivo 2025 (Regione Lazio).
Lecite Visioni 2026
Dal 6 al 10 maggio 2026
📍 Teatro Filodrammatici di Milano
🎟️ Programma completo e biglietti: www.teatrofilodrammatici.eu

