Un pugno nello stomaco (necessario): i “ragazzi speciali” di Anastasio e Smorlesi

Intervista a Giambattista Anastasio e Alessandro Smorlesi, interpreti di uno spettacolo che porta in scena, tra realtà e fiaba, le storie vere dei ragazzi con disabilità.

AGGIORNAMENTO: è stata aggiunta una nuova replica il 13 gennaio 2026 alle 20.45 al Teatro Binario 7 di Monza, info e prenotazione a questo link.

Il 12 dicembre lo spettacolo “E li chiamano ragazzi speciali…” torna in scena a Vimercate. Con un allestimento essenziale e due interpreti che non hanno bisogno di scenografie faraoniche per arrivare al cuore, Giambattista Anastasio e Alessandro Smorlesi portano sul palco un lavoro che è un pugno nello stomaco per chi non conosce davvero le problematicità quotidiane delle persone con disabilità.

L’ho visto a ottobre, alla replica di Sesto San Giovanni, e quello che mi ha colpito non è stato solo lo spettacolo in sé – con le sue storie, le sue denunce, la sua forza civile – ma anche l’accoglienza del pubblico: a fine serata nessuno voleva andare via. Le persone si sono fermate a parlare con i due attori e registi, a raccontare, a ringraziare.

“E li chiamano ragazzi speciali…” nasce dal lavoro giornalistico di Giambattista Anastasio, cronista de Il Giorno, che da anni raccoglie e racconta storie vere di bambini e ragazzi con disabilità e delle loro famiglie.
Sul palcoscenico, però, Anastasio non è il giornalista: è il Marinaio, un personaggio proveniente da un Regno Magico, che quelle storie le ha viste accadere e ora vuole tornare sulla Terra per cambiarle, chiedendo aiuto proprio al Re perché gli conceda una nave con cui affrontare il viaggio.
Un espediente narrativo che gli permette di prendere distanza dalla cronaca e restituirle una nuova forza emotiva e poetica.

Accanto a lui c’è Alessandro Smorlesi, che interpreta il Re, figura simbolica di potere e di ascolto negato, un sovrano che non vuole vedere, che si trincera dietro frasi di circostanza e bolle di sapone per non affrontare la realtà.
Ne nasce un dialogo sospeso tra realtà e fantasia, in cui la magia non addolcisce la verità, ma la illumina.

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Tu, Giambattista, racconti in scena storie vere, ma lo fai attraverso un personaggio magico: un marinaio che vuole tornare sulla Terra. Perché questa distanza dalla cronaca pura?
Giambattista Anastasio: «Perché la disabilità è ancora un pianeta a parte. Spesso chi non la vive non crede davvero a ciò che raccontiamo. Anche persone attente e informate mi dicono: “Non pensavo che succedessero ancora queste cose.” Così ho sentito il bisogno di costruire un viaggio, come quello del marinaio, per far conoscere quel mondo. Il teatro  è, o perlomeno dovrebbe essere, il luogo dell’empatia per l’eccellenza»

Cosa ti consente di raccontare il teatro che il giornalismo non riesce a fare fino in fondo?
Anastasio: «Sia nel giornalismo sia in teatro i fatti parlano da soli. E sia il giornalismo sia il teatro hanno a che fare con la denuncia.  Ma a teatro hai le persone davanti, sei lì con loro nello stesso momento, sei in gioco con tutto te stesso, con la tua fisicità e il tuo sguardo, puoi anche guardarle negli occhi. In teatro puoi sperare che vivano quelle storie con te e insieme a te. È un’invasione di sguardi e di immagini, di presenza e di presenze. Sul giornale invece sei parola. Il giornale informa e denuncia, il teatro trasforma: vive di quell’effetto empatia che non sempre riesce alla cronaca.»

Tra le storie che porti in scena, ce n’è una che ti ha colpito più delle altre?
Anastasio: «Sì, la storia di Pietro, un ragazzo autistico grave che da tredici anni vive in una comunità psichiatrica. Quando sono andato a trovarlo mi ha guardato con occhi spalancati, intensi. Non parla, ma mi ha preso la mano. È un’immagine che mi ha perforato.
Ma ci sono anche storie che finiscono bene, come quella di Federica: una ragazza autistica che dopo anni di tirocinio non retribuito ora ha un lavoro. È passata dallo sfruttamento all’autonomia. Queste sono le cose che ti danno speranza.»

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Quali sono oggi, secondo te, le mancanze più gravi per i ragazzi con disabilità e le loro famiglie?
Anastasio: «Il problema più grande è culturale. Continuiamo a pensare alla disabilità come a un incidente di percorso, a qualcosa che riguarda “gli altri”. E poi la scuola: non può essere che un ragazzo autistico venga isolato in un’aula a parte a “fare le bolle”. Così cresciamo generazioni che considerano normale separare chi è diverso. È un danno culturale enorme.»

Il 3 dicembre è stata la Giornata mondiale delle persone con disabilità. Queste giornate servono davvero o restano solo celebrazioni rituali?
Anastasio: «Rischiano di diventare una moda, ma servono se diventano un punto di partenza, non una vetrina. Spero sempre che almeno qualcuno, quel giorno, si lasci toccare e inizi un percorso. Le cose cambiano solo se diventano quotidiane, non eccezioni.»

Nel titolo dello spettacolo c’è una critica alla parola “speciali”. Perché è una definizione pericolosa?
Anastasio: «Perché è ipocrita. Li chiamiamo ragazzi speciali, ma poi non diamo loro nulla: né scuola, né lavoro, né assistenza. Talmente speciali che sembra non abbiano bisogno di niente. È una parola comoda, che addolcisce una realtà dura e ingiusta.»

Alessandro, il tuo personaggio è un Re. Che tipo di potere rappresenta?
Alessandro Smorlesi: «È un potere che si difende non ascoltando. Fa finta che tutto vada bene, dice “si è fatto quel che si doveva fare” e si rifugia nelle sue bolle di sapone. È un simbolo di chi non vuole vedere, di chi sceglie di ignorare. Ma via via, ascoltando le storie, anche lui si incrina. È un Re fragile, e questo lo rende umano.»

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Quanto è difficile, da attore, tenere insieme la dimensione simbolica del Re e la brutalità delle storie reali che ascolta?
Smorlesi: «Molto. Ma è anche la parte più stimolante. C’è un contrasto continuo tra la leggerezza del personaggio e la durezza delle storie. Mi ha aiutato a costruire un Re ironico e tragico insieme. La difficoltà più grande è stata imparare il linguaggio tecnico: ogni parola va detta con precisione. È un teatro che richiede rigore, non improvvisazione.»

Secondo te, il teatro civile oggi riesce ancora a incidere sulla realtà o parla solo a chi è già sensibile?
Smorlesi: «È un teatro di nicchia, ma necessario. La maggior parte del pubblico cerca spettacoli leggeri, dove si possa ridere e non pensare. Il teatro civile, invece, ti obbliga a pensare.
Chi viene a vederlo, anche se per curiosità, di solito esce toccato. Una delle cose più belle è vedere persone che dicono: “Sono uscito arricchito, ma anche arrabbiato.” Vuol dire che qualcosa è arrivato.»

Che tipo di reazione ricevete dal pubblico?
Smorlesi: «Le più belle arrivano dalle persone con disabilità. Si divertono, partecipano, si sentono rappresentate.
E poi ci sono genitori, insegnanti, operatori che ci ringraziano per non aver fatto pietismo. È raro, eppure è quello che tocca di più.»
Anastasio: «Ricordo un’operatrice che, dopo lo spettacolo, ci ha detto commossa che le avevamo ridato un po’ di coraggio per continuare a combattere.
E genitori che ci dicono: “Avete raccontato la nostra vita.” Queste reazioni sono oro puro. Vuol dire che non stiamo solo raccontando storie, ma restituendo dignità.»

Il mondo magico vi ha aiutato a guardare meglio la realtà?
Smorlesi: «Sì, assolutamente. Io non conoscevo a fondo il mondo della disabilità. Questo spettacolo mi ha aperto gli occhi. È un mondo reale, ma spesso invisibile.»
Anastasio: «Il mondo magico serve a vedere meglio, non a fuggire. Ti permette di prendere distanza, ma anche di entrare più in profondità. È come parlare di sé in terza persona. Ti dà forza, e protegge allo stesso tempo.»

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Cosa vorreste che facesse uno spettatore il giorno dopo aver visto lo spettacolo?
Smorlesi: «Che ne parlasse. Anche solo con un amico. È una goccia nell’oceano, ma le gocce fanno il mare.»
Anastasio: «Vorrei che guardasse la realtà con occhi nuovi. Che, se nella scuola di suo figlio manca l’insegnante di sostegno, si indignasse. Che non parcheggiasse sulla rampa.
Che vedesse la disabilità non come un problema degli altri, ma come un problema di tutti. Le cose cambiano nella quotidianità, nei gesti piccoli ma consapevoli.»

Dopo tutte queste repliche, questo lavoro vi ha cambiati?
Smorlesi: «Ogni replica è diversa, ogni volta scopro qualcosa di nuovo. La fatica c’è, ma l’entusiasmo è sempre alto. Sapere di dare voce a chi non ce l’ha è la cosa più gratificante. Il teatro, per me, deve fare questo: smuovere, non solo intrattenere.»
Anastasio. «All’inizio non sapevamo se il messaggio sarebbe arrivato. Ora sappiamo che arriva. Abbiamo più consapevolezza, più sicurezza. È uno spettacolo che non cambierà il mondo, ma se cambia anche solo uno sguardo, allora ha fatto il suo dovere.»
Smorlesi: «Sì, non cambieremo il mondo, ma se qualcuno si sente rappresentato, se qualcuno ci ringrazia per aver dato voce alle sue battaglie, allora ne è valsa la pena.»
Anastasio: «Esatto. Se il gatto prende il topo, non importa di che colore sia il gatto. Conta che arrivi alle persone.»

La forza dello spettacolo sta proprio nella sua essenzialità: due attori, pochi oggetti, una lingua che alterna la crudezza della cronaca alla leggerezza della fiaba. È teatro civile che non fa prediche, ma racconta con rigore giornalistico e tenerezza poetica. L’emozione nasce dal silenzio, dagli sguardi, dalla parola restituita.

E li chiamano ragazzi speciali…
Storie vere di diritti e di servizi fondamentali negati ai bambini e ai ragazzi con disabilità e alle loro famiglie.
Scritto da: Giambattista Anastasio
Con: Giambattista Anastasio e Alessandro Smorlesi
Regia: Giambattista Anastasio e Alessandro Smorlesi
Durata: 70 minuti
Prossima replica: 13 gennaio 2026 alle 20.45 al Teatro Binario 7 di Monza, info e prenotazione a questo link.

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