OSCAR al Piccolo Teatro: tra femminismo e rivoluzione sociale

Sonia Bergamasco interpreta l’eroina nella rilettura di Antonio Latella, tra emancipazione femminile, disuguaglianze sociali e linguaggi contemporanei.

Lady Oscar torna in scena al Piccolo Teatro di Milano, ma chi si aspetta una semplice trasposizione teatrale del celebre personaggio dell’immaginario pop potrebbe rimanere sorpreso. Con OSCAR, in scena al Teatro Strehler fino al 1° novembre, Antonio Latella porta sul palcoscenico il testo di Linda Dalisi, affidando a Sonia Bergamasco il ruolo della protagonista e proponendo una rilettura che intreccia identità di genere, emancipazione femminile e coscienza sociale.

La storia è quella che conosciamo: Oscar, figlia di un generale desideroso di un erede maschio, viene cresciuta come un uomo e addestrata alla carriera militare, fino a diventare comandante della guardia reale francese. Ma la narrazione prende avvio da un momento di smarrimento. Oscar si risveglia in un campo, apparentemente senza memoria, e cerca di ricostruire la propria esistenza con l’aiuto di André, l’amico che le è sempre stato accanto.

È proprio questa ricerca di sé a diventare uno dei temi centrali dello spettacolo. Oscar è una donna alla quale è stata negata fin dall’infanzia la possibilità di scegliere chi essere. La sua educazione, il ruolo militare, persino il rapporto con i sentimenti sono il risultato delle aspettative altrui. La sua ribellione, allora, non riguarda soltanto il rifiuto delle convenzioni di genere, ma la possibilità di riconoscersi al di fuori dell’identità che le è stata imposta.

Accanto alla dimensione femminista emerge però una riflessione altrettanto importante sulle disuguaglianze sociali. Oscar, cresciuta al servizio della monarchia, comincia a osservare la miseria del popolo francese e a mettere in discussione la propria fedeltà alla corona. Particolarmente significativo è il confronto con Maria Antonietta, quando richiama l’attenzione della regina sulle sofferenze della popolazione, aggravate dal peso delle tasse.

La Maria Antonietta interpretata da Beatrice Verzotti non appare soltanto come il simbolo di una monarchia distante dai bisogni dei sudditi. È anche una donna infelice, prigioniera del proprio ruolo e di un amore che non può vivere liberamente. Una rappresentazione che introduce una sfumatura interessante: la sofferenza personale della sovrana non cancella le responsabilità del potere, ma rende più complesso il rapporto tra le due donne. Entrambe sono condizionate dalle convenzioni della società in cui vivono, ma soltanto Oscar arriva a mettere in discussione il sistema di cui fa parte, fino a schierarsi dalla parte del popolo.

A dare corpo a questa trasformazione è Sonia Bergamasco, particolarmente convincente in un ruolo che sembra adattarsi naturalmente alle caratteristiche della sua recitazione. La sua espressività, intensa ma controllata, unita a una fermezza che non diventa mai freddezza, restituisce efficacemente la complessità di Oscar. Una donna abituata alla disciplina, al comando e al controllo delle emozioni, ma attraversata da interrogativi che finiscono per incrinare le sue certezze. Bergamasco riesce così a dare consistenza a un personaggio nel quale la forza convive con la fragilità, senza bisogno di accentuarne eccessivamente i contrasti.

Anche le scelte sceniche contribuiscono a prendere le distanze da una ricostruzione storica tradizionale. I costumi di Graziella Pepe mescolano epoche e linguaggi: accanto agli abiti più riconoscibili di Oscar e André, gli altri personaggi indossano vestiti dall’aspetto decisamente contemporaneo. La stessa Maria Antonietta rinuncia agli sfarzosi abiti settecenteschi per presentarsi in pantaloni, corpetto e camicia. Una scelta innovativa, che funziona proprio perché non cerca di riprodurre fedelmente l’iconografia della corte francese, ma avvicina i personaggi alla sensibilità del pubblico di oggi.

In questa operazione di contaminazione trovano spazio anche le incursioni della musica rap, forse tra gli elementi più sorprendenti della messinscena. Un linguaggio musicale apparentemente lontano dalla Francia del Settecento, ma che può essere letto come un richiamo alla voce del popolo, alla protesta e alla denuncia delle ingiustizie. Il rap, del resto, ha spesso rappresentato uno strumento di espressione per chi non aveva voce nei linguaggi dominanti. La sua presenza, a tratti forse troppo insistita, trova così una coerenza con la dimensione sociale del racconto, accompagnando idealmente il passaggio dalla fedeltà alla monarchia alla rivolta contro il potere.

La regia di Latella e la scrittura di Dalisi scelgono dunque di non limitarsi alla dimensione sentimentale o avventurosa del personaggio, concentrandosi sulla sua trasformazione interiore e politica. Ne nasce uno spettacolo originale, costruito attraverso registri espressivi differenti, che può sorprendere e talvolta disorientare chi cerca una narrazione più tradizionale.

Al di là delle scelte estetiche, resta soprattutto una riflessione: la libertà di Oscar non si esaurisce nella possibilità di affermare la propria identità, ma acquista un significato più ampio quando la protagonista impara a riconoscere le ingiustizie che attraversano la società. Perché prendere coscienza di sé, talvolta, significa anche cominciare a vedere il mondo con occhi diversi.


OSCAR
Di Linda Dalisi, regia di Antonio Latella
Con Sonia Bergamasco, Nicola Mastroberardino, Beatrice Verzotti, Alessandro Bay Rossi, Giulia Heathfield Di Renzi, Giulia Mazzarino e Massimiliano Speziani.
Produzione Teatro Stabile dell’Umbria
Piccolo Teatro Strehler, Milano
Dal 20 ottobre al 1° novembre 2026.

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